Come il web ha rivoluzionato l’industria musicale

Nicholas Ferrari

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15 anni fa, Shawn Fanning e Sean Parker cambiarono per sempre l’industria discografica realizzando un client, basato su rete peer to peer, per la condivisione (illegale) di Mp3. Il servizio, meglio conosciuto col nome di Napster, fu la causa di interminabili battaglie legali intraprese dalle più grosse major e band contro chi scarica illegalmente materiale protetto da copyright. Probabilmente il caso più eclatante fu quello dei Metallica che, nel 2000, denunciarono Napster per violazione del copyright e, successivamente, il batterista della band Lars Ulrich prese posizione, insieme ai suoi compagni, contro chiunque scaricasse musica gratis. Un anno più tardi Napster verrà costretto a sospendere la propria attività, ma ormai la rivoluzione digitale era un fenomeno già troppo diffuso per poter essere fermato, inaugurando così il crollo, ogni anno sempre più marcato, della musica registrata. Il CD, che fino a quel momento generava la maggior parte degli introiti nell’industria musicale, ora veniva a mancare.

Il web ha quindi distrutto la musica?

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Nel Gennaio 2001 Apple lancia iTunes dando così il via al mercato del download di Mp3 (legale), concetto tuttavia non molto diverso dalla tradizionale vendita del CD: un negozio online nel quale sono raccolti milioni di album e singoli suddivisi per categoria in base al genere musicale, con le ultime uscite e gli album più ascoltati posti in evidenza, proprio come i negozi di dischi fanno (o facevano) nelle loro vetrine e scaffali. La reale rivoluzione consisteva però in un’importante riduzione dei costi di distribuzione, ma sopratutto nell’accessibilità immediata a praticamente qualsiasi canzone. Rimaneva comunque il problema della pirateria digitale, prima garantita da diverse decine di servizi cloni di Napster e poi dai più recenti client torrent. Un’altra considerazione da fare è il prezzo di copertina degli album digitali, spesso più basso solo di qualche euro rispetto al relativo supporto fisico. Prezzo non giustificato dato che la produzione del formato digitale dovrebbe essere esente da costi come: la materia prima del CD e copertina, la stampa, la serigrafia e la distribuzione. Per cui a causa, in parte dalla pirateria sempre più diffusa e accessibile da tutti, in parte dal prezzo di copertina alto degli album digitali, non si è riuscito a far fronte al buco economico generato dalla crollo del disco, anche se effettivamente, sopratutto negli ultimi anni, la vendita digitale è comunque riuscita ad accaparrarsi una buona fetta del mercato, sopratutto nei paesi come Regno Unito, Germania, Francia o USA, dove la cultura “musica = lavoro” (per cui chi fa musica è giusto che venga pagato) è molto più radicata rispetto al nostro Paese.

Un nuovo trend sempre più il crescita: i servizi di musica in streaming in abbonamento.

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Nel 2008 dalla Svezia una startup da il via ad un progetto molto ambizioso che però, nel giro di qualche anno, conquisterà una fetta importante del mercato digitale. Si tratta dei servizi di musica in streaming in abbonamento. Stiamo parlando di Spotify, un servizio approdato in Italia nel 2013, ora disponibile in tutta Europa e USA, che permette di accedere ad una libreria musicale composta da più di 20 milioni di brani. Lo si può fare sia gratuitamente, in cambio di sorbirsi ogni 3/4 brani uno spot pubblicitario, oppure pagando un abbonamento di 10 euro al mese, “liberando” l’account da qualsiasi forma di pubblicità oltre ad una serie di features aggiuntive come ad esempio la possibilità di scaricare sull’applicazione i brani desiderati in modo da poterli ascoltare anche in modalità offline. Dopo Spotify sono nati diversi servizi simili come ad esempio il francese Deezer o l’italiano CuboMusica, promosso da TIM che include il servizio direttamente nella propria offerta.

Personalmente ritengo questi servizi estremamente innovativi sotto diversi punti di vista: innanzitutto perché si slega totalmente dal concetto che la musica debba essere venduta sotto forma di prodotto, perché di fatto viene venduta come servizio. Il guadagno dell’artista è generato dal numero di ascolti anziché dal numero di album o singoli venduti. Quando qualcuno acquista un album, l’artista ci guadagna una volta sola da quella persona, indipendentemente dal fatto che l’album venga ascoltato per 3 o 300 volte. Con questi servizi, invece, il guadagno è misurato in base al numero di ascolti e quindi può aumentare col tempo.

Se volete approfondire questo aspetto, vi consiglio di leggere questo articolo di Wired su come vengono redistribuiti agli artisti gli incassi di Spotify.

Il secondo fattore più importante è l’aspetto social. La promozione più forte è sempre stata il passaparola e nell’era digitale non cambia nulla, se non per il fatto che questo avviene tramite i social network. Ora tutti i servizi di musica in streaming in abbonamento prevedono un forte spazio ai social network incentivando così gli utenti a condividere il più possibile con gli amici la musica che ascoltano e che consiglierebbero. Personalmente vedo questa forma di diffusione della musica molto più meritocratica rispetto a prima, perché chiunque può esprimere la propria arte senza limiti, premiando di più i contenuti.

Per cui tutto questo come ha influenzato il mercato?

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Il mercato ha avuto negli ultimi anni un’enorme ribaltamento, avendo degli effetti sopratutto sul lato artistico delle produzioni musicali. Il digitale non solo ha rinnovato la distribuzione della musica rendendola accessibile a tutti, ma ha anche rivoluzionato il settore della produzione musicale: ora con poche migliaia di euro qualsiasi musicista può aprirsi uno studio home recording per registrare il proprio materiale. Una volta pronto il master bastano pochi click ed ecco che il proprio materiale è disponibile in tutto il mondo pronto per esser scaricato o ascoltato da milioni di utenti. Ovviamente questa è solo la teoria. Nella pratica, oltre a dover avere un contenuto musicale di alto valore artistico, originale, di qualità e che piace, è fondamentale sempre di più sapersi auto-promuovere. Il musicista di oggi deve essere imprenditore di se stesso: per lavorare nel mondo della musica non basta più saper suonare bene, è anche fondamentale sapersi promuovere nel web e social network piuttosto che saper gestire uno studio home recording per registrare la propria demo con una qualità accettabile. Musicalmente parlando diventa importante sapersi “giostrare” in più generi e stili perché al giorno d’oggi per emergere è importante l’originalità, la freschezza e la capacità di sapersi rinnovare sempre. Nella nostra scuola cerchiamo sempre di adattare la didattica dei nostri corsi anche a questi aspetti, per renderli sempre più vicini alle reali esigenze dei musicisti e per stimolare la loro creatività.

Nicholas Ferrari

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Abbiamo anche preparato un’infografica dove abbiamo riportato dei dati tratti dal report 2014 di IFPI, (Federazione Internazionale dell’Industria Fonografica) sul mercato della musica digitale.

infografica i numeri della musica digitale